Islam e Occidente: uno scontro tra culture è inevitabile?
di Marcello Mazzaro
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Nell'estate del 1993 Samuel Huntington pubblicò su Foreign Affairs un articolo destinato a segnare il dibattito internazionale teorizzando che, finita la Guerra fredda, i conflitti principali non sarebbero più stati ideologici o economici ma culturali, combattuti lungo le linee di faglia tra civiltà individuando quella tra Islam e Occidente come una delle più pericolose. Dopo l'11 settembre la formula dello "scontro di civiltà" è diventata di senso comune, alimentata dalla propaganda jihadista che ha bisogno di una guerra tra civiltà per legittimarsi e da una parte del dibattito pubblico che preferisce soluzioni semplici a temi complessi.
La tesi di questo articolo è che lo scontro non sia inevitabile. L'idea contraria poggia su tre semplificazioni: un Corano letto solo attraverso i versetti più duri, traduzioni che già nella scelta delle parole orientano il senso del testo e un "popolo islamico" immaginato come un blocco unico. Nessuna delle tre regge all'analisi.
Cosa ci trasmette il testo. Il Corano non ignora la guerra, ma la sottopone a limiti precisi: il versetto 190 della Sura II (al-Baqara, "La Vacca"), nella traduzione di Alessandro Bausani, recita: «Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, perché Dio non ama i trasgressori». Il combattimento è ammesso come risposta a un'aggressione, non come iniziativa e una parte dell'esegesi classica ha letto il divieto di "oltrepassare i limiti" come divieto di colpire chi non combatte: donne, bambini, anziani. Il versetto 32 della Sura V afferma il valore universale della vita: «chi uccide una persona […] è come se avesse ucciso l'umanità intera e chi ne salva una è come se avesse salvato l'umanità intera». Il versetto 256 della Sura II stabilisce che non vi è costrizione nella religione.
L'onestà analitica impone di riconoscere che il testo contiene anche passaggi duri. Il più citato dagli estremisti è il quinto versetto della Sura IX, il cosiddetto "versetto della spada", che nel suo contesto riguarda i politeisti che avevano violato un patto con la comunità di Medina. Il nodo è quindi di metodo tra isolare un versetto dal contesto storico e dall'insieme del testo può trovare giustificazioni per la violenza e, invece, leggere il Corano come un tutto, come fa la grande maggioranza dei giuristi. Il jihadismo chiaramente deve ignorare o forzare quei limiti per legittimarsi.
Tradurre è già interpretare. Per la dottrina islamica il Corano è intraducibile: ogni versione in un'altra lingua è considerata una "interpretazione dei significati", non il testo sacro. Non è una formula di cortesia; scegliere una parola significa scegliere un’interpretazione e prendendo in prestito una frase del noto giurista Calamandrei possiamo affermare che i fatti, una volta raccontati, smettono di essere tali. L'esempio più evidente è jihad, reso spesso come "guerra santa", espressione che nel testo coranico non compare e che va a scapito della radice che indica lo sforzo "sulla via di Dio". La tradizione distingue un grande jihad, la lotta interiore contro le proprie passioni, da un piccolo jihad, quello armato, mentre per il combattimento il Corano usa piuttosto un'altra radice ossia quella di qital. Anche sharia indica in origine, tra le varie interpretazioni, la via che nel deserto conduce all'acqua: un'immagine diversa da quella che evoca in altri contesti.
Non esiste un "popolo islamico". Il senso comune, diverso dal buon senso, considera i musulmani o addirittura riconduce i popoli arabi alla nozione di “popolo islamico”: secondo il Pew Research Center i musulmani erano circa 2 miliardi nel 2020, un quarto della popolazione mondiale, e i paesi con il maggior numero di fedeli sono tutti fuori dal mondo arabo: Indonesia, Pakistan, India e Bangladesh. Parlare di un unico "popolo islamico" significa mettere insieme un contadino di Giava, un ingegnere di Teheran, una studentessa di Casablanca e un imprenditore di Milano. Inoltre, le fratture interne sono profonde e non è lo scopo di questo articolo parlarne ma tra le più famose vi è sicuramente quella tra sunniti e sciiti dove il sunnismo conta quattro scuole giuridiche; accanto a esse esistono il sufismo mistico, il salafismo e minoranze come gli ibaditi dell'Oman. A queste divisioni si sommano quelle nazionali ed etniche e rivalità geopolitiche come quella tra Arabia Saudita e Iran.
Perfino il campo jihadista è frammentato con Al-Qaeda e lo Stato Islamico che si sono combattuti apertamente in Siria e Iraq. Anche la parabola di HTS mostra quanto queste realtà siano fluide: nata come ramo siriano di al-Qaeda, se ne è separata, ha guidato nel dicembre 2024 la caduta di Assad e si è poi sciolta. Il suo leader Ahmed al-Sharaa è diventato presidente della Siria e nel luglio 2025 gli Stati Uniti hanno revocato la designazione di HTS come organizzazione terroristica straniera. Le prime vittime del terrorismo jihadista, infine, sono gli stessi musulmani: secondo un rapporto del 2011 del National Counterterrorism Center statunitense, nei casi in cui era possibile stabilire la religione delle vittime, i musulmani rappresentavano tra l'82 e il 97% delle vittime dei cinque anni precedenti.
È lo stesso mondo musulmano, del resto, a contestare la lettura jihadista, con argomenti religiosi e attraverso autorità riconosciute. Il Messaggio di Amman del 2004 ha vietato il takfir, la pratica di dichiarare apostata un altro musulmano su cui il jihadismo fonda la violenza contro i propri correligionari. Nel 2014 oltre 120 studiosi hanno confutato in una lettera aperta ad al-Baghdadi le azioni dello Stato Islamico. Nel 2016 la Dichiarazione di Marrakech ha difeso le minoranze religiose nei paesi a maggioranza musulmana. Nel 2019 il Grande Imam di al-Azhar e Papa Francesco hanno firmato ad Abu Dhabi il Documento sulla fratellanza umana. Sono documenti con limiti di applicazione noti, ma confermano che lo scontro diventa inevitabile solo se si accetta la lettura degli estremisti delle due parti: un Islam ridotto ai suoi versetti più duri e un Occidente ridotto a nemico. Per chi si occupa di sicurezza la distinzione ha conseguenze pratiche: confondere l'Islam con il jihadismo regala ai gruppi armati la narrazione della guerra tra civiltà che cercano e allontana proprio le comunità e le autorità religiose che sono i primi alleati della prevenzione.
Bibliografia
- Alatas S. F., "The Amman Message and intra-Muslim peace", Malay Mail, 1 febbraio 2016.
- Arab News, "US revokes foreign terrorist designation for Syria's HTS", 8 luglio 2025.
- AsiaNews, "Muslim leaders sign minority rights charter for Muslim countries" (Dichiarazione di Marrakech), gennaio 2016.
- AsiaNews, "Papa: fratellanza è la sfida dei nostri tempi, o siamo fratelli o siamo nemici" (prima Giornata internazionale della fratellanza umana).
- Bausani A. (trad.), Il Corano, Firenze, Sansoni, 1955.
- Huntington S. P., "The Clash of Civilizations?", Foreign Affairs, vol. 72, n. 3, 1993, pp. 22-49.
- Royal Aal al-Bayt Institute for Islamic Thought, The Amman Message.
- Said E. W., "The Clash of Ignorance", The Nation, ottobre 2001.
- Tempo, "Most Victims of Terrorism are Muslims, Imam Says", 19 ottobre 2018 (riprende i dati del rapporto NCTC 2011).
- Vatican News, "Ayuso e Czerny: il Premio Zayed per costruire ponti di fraternità", 25 febbraio 2022.
- Wilson Center, "Muslims Against ISIS Part 3: Open Letter to al Baghdadi", settembre 2014.
Immagine: I particolari della copertina di F. Cardini, Grazie Islam! PaperFirst, 2025