Dopo Wagner: l’influenza russa in Africa si fa locale
di Alessandra Canattieri
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Da Africa Corps ad African Initiative, Mosca riorganizza la propria presenza nel Sahel muovendosi su due binari: la forza militare e la guerra delle narrazioni. Mentre il primo mostra crepe, il secondo si radica nella società civile africana.
La presenza russa in Africa non nasce con la guerra in Ucraina, ma affonda le radici in tempi precedenti. A partire dal 2017 il Gruppo Wagner — compagnia militare formalmente privata ma di fatto legata al Cremlino — fece il suo ingresso nel continente: prima in Sudan, poi nella Repubblica Centrafricana, in Libia e infine in Mali. Il modello era quello che gli analisti hanno definito «militare-imprenditoriale»: sicurezza e protezione dei regimi in cambio di pagamenti e accesso alle risorse minerarie.
Il punto di svolta si è avuto nell’agosto 2023, quando Evgenij Prigožin, fondatore del Wagner, muore in un incidente aereo poche settimane dopo il fallito ammutinamento contro i vertici militari russi. Mosca coglie l’occasione per riportare sotto controllo statale un apparato fino ad allora ambiguo. Il Wagner viene smantellato e le sue operazioni africane rifondate e suddivise in due binari paralleli. Il primo è l’Africa Corps, struttura paramilitare posta sotto il Ministero della Difesa e l’intelligence militare (GRU), che ne eredita uomini e armi. Il secondo, meno visibile ma strategicamente decisivo, è l’African Initiative: un’agenzia di stampa con sede a Mosca, nata nel settembre 2023 con l’ambizione di diventare il «ponte informativo» tra Russia e Africa.
Questa riorganizzazione trova terreno fertile nel Sahel. Tra il 2020 e il 2023 una serie di colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger porta al potere giunte militari che rompono con la Francia — espellendo le truppe dell’operazione Barkhane — e con gli Stati Uniti, costretti ad abbandonare la base di Niamey. I tre Paesi escono dall’ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) e fondano l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), trasformata in seguito in patto di mutua difesa. Mosca si presenta come alternativa “senza passato coloniale”, facendo leva su una narrazione sovranista e anti-occidentale che riecheggia il sostegno sovietico ai movimenti di liberazione durante la Guerra Fredda.
È qui che African Initiative mostra la sua originalità. A differenza della propaganda diffusa dall’alto, l’agenzia — guidata, secondo diverse indagini open source, da figure legate ai servizi russi e da ex quadri del Wagner — opera attraverso un modello «ONG»: recluta influencer, giornalisti e attivisti locali, finanzia scuole di giornalismo, organizza eventi culturali e iniziative sanitarie. Il ricercatore Maxime Audinet ha definito questo meccanismo information laundering: un’influenza esterna «riciclata» come competenza interna, più difficile da smascherare proprio perché veicolata da voci africane.
Due esempi illustrano il metodo. In Burkina Faso, durante l’epidemia di dengue del 2023, mentre una delegazione medica russa consegnava kit diagnostici e insetticidi a Ouagadougou, i canali di African Initiative amplificavano narrazioni che collegavano l’epidemia ad attori occidentali; il messaggio rimbalzava poi nell’ecosistema mediatico locale e riemergeva offline in una conferenza su salute e sovranità. In Mali, nel maggio 2024, l’agenzia portava a Mosca blogger maliani molto seguiti, i cui canali rilanciavano in seguito contenuti filorussi; parallelamente sosteneva Perspective Sahélienne, una ONG russo-maliana la cui scuola di giornalismo a Bamako forma reporter destinati, nei casi migliori, a collaborare con l’agenzia stessa.
Già a metà degli anni ’80 il KGB orchestrò l’Operazione INFEKTION (o “Operazione Denver”): la falsa tesi secondo cui il virus dell’HIV sarebbe stato creato come arma biologica nei laboratori militari statunitensi di Fort Detrick. Lanciata nel 1983 da un articolo anonimo sul giornale indiano Patriot, la narrazione fu rilanciata dalla stampa sovietica e dalla Stasi tedesco-orientale, acquistando credibilità man mano che veniva ripresa da media ed esperti terzi, prima di essere sconfessata da Mosca nel 1987. Allora come oggi, l’efficacia non risiedeva nella fonte russa, ma nella capacità di radicarsi in ecosistemi informativi terzi e farsi percepire come voce interna.
Il fenomeno non è isolato. L’inchiesta giornalistica Propaganda Machine, condotta da The Continent e Forbidden Stories, ha rivelato — su oltre 1.400 pagine di documenti interni — un piano per consolidare ed estendere l’AES e replicare il modello in Paesi come Togo e Nigeria.
Eppure, mentre il binario informativo si radica, quello militare mostra crepe profonde. Dal settembre 2025 il gruppo jihadista JNIM ha imposto un blocco del carburante su Bamako; nell’aprile 2026 un’offensiva coordinata tra JNIM e i separatisti tuareg dell’FLA, la più audace da oltre un decennio, ha travolto diverse basi nel nord del Mali. L’Africa Corps si è ritirato da Kidal sotto gli insulti dei ribelli, episodio letto da molti osservatori come un colpo all’immagine di Mosca quale garante della sicurezza.
La presenza russa, del resto, non si gioca in un vuoto. Nel Sahel e oltre, Mosca compete e talvolta coesiste con altri attori esterni. La Cina resta il principale partner economico e infrastrutturale del continente e ha allargato la propria influenza attraverso i BRICS, di cui diversi Stati africani cercano l’ingresso. La Turchia ha conquistato spazio vendendo droni armati, i Bayraktar, ai tre Paesi dell’AES e proiettando influenza anche tramite società di sicurezza come Sadat. L’Iran ha avviato nel 2026 una cooperazione militare e tecnologica con Bamako. Sul fronte opposto, il ritiro francese e l’abbandono della base statunitense di Niamey hanno lasciato un vuoto che questi attori si contendono. La scelta delle giunte, insomma, è anche una strategia di diversificazione: mettere più partner in concorrenza per massimizzare la propria autonomia.
Di fronte a tutto ciò, l’Occidente ha reagito soprattutto sul terreno informativo. L’Unione Europea, attraverso il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), ha costruito un apparato dedicato al contrasto della manipolazione e interferenza informativa straniera (FIMI): il progetto EUvsDisinfo, una “cassetta degli attrezzi” fondata su consapevolezza, resilienza, regolazione e azione esterna, e soprattutto i Rapporti annuali sulle minacce FIMI. Il terzo (marzo 2025) e il quarto (marzo 2026) hanno mappato l’infrastruttura digitale russa e cinese citando esplicitamente African Initiative tra le reti coperte. Il rapporto tecnico congiunto di VIGINUM (Francia), SEAE e FCDO (Regno Unito) del giugno 2025 ne ha attribuito formalmente la regia ai servizi russi; la NATO ha inserito il Vicinato meridionale tra le proprie priorità, mentre Washington ha pubblicamente identificato l’agenzia come veicolo di propaganda.
Il limite, però, è strutturale. Questi strumenti eccellono nello smascherare la “inautenticità coordinata” — account falsi, reti di amplificazione, canali riconducibili a Mosca — ma perdono efficacia quando il messaggio è ormai pronunciato da voci locali autentiche e radicato nel tessuto civile. Le campagne FIMI, inoltre, sono per definizione in larga parte non illegali: difficile sanzionare una scuola di giornalismo o una conferenza sulla sovranità sanitaria. Si può esporre la fonte; molto più difficilmente la si può rendere non credibile una volta che è diventata interna.
Proprio in questo scarto risiede il significato strategico di African Initiative. La scommessa sulla forza, “proteggere la giunta e proteggere le miniere”, appare fragile e reversibile. L’infrastruttura informativa innestata nella vita civile, fatta di scuole, cliniche e reti culturali, è invece destinata a durare ben oltre l’eventuale ritiro dei mercenari: erode la fiducia molto prima che una crisi diventi visibile e resiste agli strumenti di rilevamento una volta che la narrazione è socialmente radicata. In un conflitto dove la legittimità pesa quanto la potenza di fuoco, ed il vantaggio strategico si è spostato dal piano cinetico a quello cognitivo, l'influenza duratura non si conquista con le armi ma con le narrazioni: appartiene a chi riesce a far accettare la propria versione dei fatti come voce autentica e interna alla società, a chi presiede la fiducia e l’immaginario delle popolazioni, perché così si decide quale potenza viene percepita come legittima. Nel Sahel, insomma, la domanda strategica non è più soltanto chi combatte, ma chi viene creduto.
Bibliografia
- Global Initiative against Transnational Organized Crime (GI-TOC), «After the Fall: Russian Modes of Influence in Africa Post-Wagner», febbraio 2025.
- VIGINUM, SEAE, FCDO, «African Initiative – Technical Report», giugno 2025.
- SEAE / EUvsDisinfo, 3º e 4º «Report on FIMI Threats», marzo 2025 e marzo 2026.
- Congressional Research Service, «Russia’s Security Operations in Africa», aprile 2026.
- Carnegie Endowment for International Peace, «Russia in Africa: Examining Moscow’s Influence and Its Limits», febbraio 2026.
- The Continent / Forbidden Stories, inchiesta «Propaganda Machine», 2026.
- The Soufan Center, «The Limits of Russia’s Africa Corps: Mali and the JNIM-FLA Offensive», maggio 2026.
- CNN e Al Jazeera, reportage sull’offensiva e il ritiro da Kidal, aprile–maggio 2026.
- T. Boghardt, «Soviet Bloc Intelligence and Its AIDS Disinformation Campaign», Studies in Intelligence, 2009 (sull’Operazione INFEKTION).
- Spunto: E. G. Montani, «African Initiative: Russia’s Post-Wagner Influence Goes Local», NATO Defense College Foundation, giugno 2026.
Immagine: creata con OpenAI