Autoritarismo 2.0 cinese: tra crescita e controllo
di Michael Thomas Santos Samson
Come riportato da Il Sole 24 Ore, la Cina ha raggiunto nel 2025 l’obiettivo di crescita annuale del PIL del 5%, trainata soprattutto dalle esportazioni, che hanno rappresentato circa un terzo dell’aumento complessivo del prodotto interno lordo. Questo risultato è stato favorito dalla diversificazione dei mercati di sbocco, che ha sostenuto le imprese esportatrici nonostante le crescenti tensioni protezionistiche internazionali, in particolare da parte degli Stati Uniti. Il quadro, tuttavia, non è privo di criticità. La crescita dei consumi resta debole (+0,9% a dicembre), aggravata da salari stagnanti e difficoltà occupazionali. A ciò si aggiunge il perdurare della crisi del settore immobiliare, che continua a pesare sugli investimenti, con un forte calo degli investimenti immobiliari (-17,2%). Anche gli investimenti fissi totali (-3,8%) registrano una contrazione, segnando il primo calo significativo dal 1996.
Pur essendo uno Stato autoritario, la Cina è oggi la seconda economia più grande al mondo in termini di PIL nominale, tra i principali contributori alla crescita economica globale e il più grande esportatore e importatore di beni. Questi risultati sono il frutto di decenni di crescita straordinaria iniziati nel 1978-79 con le riforme di Deng Xiaoping, che trasformarono il Paese da un’economia pianificata a un’economia di ibrido mercato sotto controllo statale. Ne seguì una crescita media annua del PIL vicina al 10% per circa trent’anni, fino al 2010.
Questa traiettoria, come in parte accaduto anche in Paesi quali Singapore, Vietnam, Emirati Arabi Uniti e in Corea del Sud, ha messo in discussione le previsioni formulate dai teorici della modernizzazione come Seymour Martin Lipset, Daniel Lerner e Samuel Huntington. Secondo tali teorie, l’aumento della ricchezza, l’urbanizzazione e l’emergere di una classe media avrebbero favorito automaticamente la liberalizzazione politica e, nel lungo periodo, la democratizzazione. L’esperienza cinese dimostra che il nesso tra sviluppo economico e democrazia non è meccanico né inevitabile.
In questo contesto si inserisce anche la strategia del “Wandel durch Handel” (“cambiamento attraverso il commercio”), sviluppata nella politica estera tedesca tra gli anni ’70 e ’80. L’idea era che l’intensificazione degli scambi economici e dell’integrazione commerciale con un Paese autoritario ne avrebbe favorito, nel tempo, l’apertura politica e l’adozione di riforme. Negli ultimi vent’anni la Cina si è profondamente integrata nell’economia globale – dall’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio all’esplosione di esportazioni e investimenti esteri – ma è rimasta saldamente guidata dal Partito Comunista Cinese. Sotto la leadership di Xi Jinping si è assistito a una maggiore centralizzazione del potere, non a una liberalizzazione in senso occidentale.
La politologa Jennifer Lind, docente al Dartmouth College e associata a Chatham House, nel libro Autocracy 2.0: How China’s Rise Reinvented Tyranny, parla di autoritarismo astuto (smart authoritarianism). Secondo questa interpretazione, la Cina avrebbe saputo applicare repressione e censura in modo selettivo e calcolato, combinandoli con forti investimenti nei settori strategici come tecnologia, intelligenza artificiale ed energia pulita. Dopo aver sfruttato per anni vantaggi competitivi quali la manodopera a basso costo, il controllo centralizzato delle risorse e la direzione strategica degli investimenti, la Cina ha cercato di evitare la cosiddetta middle income trap (trappola del reddito medio). Superato un certo livello di sviluppo, infatti, un Paese può continuare a crescere solo aumentando produttività e innovazione. Tuttavia, l’innovazione richiede flussi relativamente liberi di informazione, competenze diffuse e interazione sociale dinamica, elementi che un regime fortemente repressivo tende a limitare.
Qui emerge il cosiddetto dilemma del re, teorizzato da Huntington: un regime può mantenere una presa salda sulla società, ma rischia di comprimere creatività e crescita; oppure può favorire apertura e dinamismo economico, ma a costo di esporsi a nuove fonti di influenza e potenziale contestazione. La Cina, finora, ha cercato di bilanciare queste due esigenze. È oggi leader mondiale nella formazione di ingegneri e dottori di ricerca, e molte università cinesi figurano stabilmente ai vertici delle classifiche internazionali. Il Partito ha inoltre professionalizzato la pubblica amministrazione, rafforzato il diritto commerciale e migliorato – almeno in ambito economico – la tutela dei diritti di proprietà.
Nonostante ciò, il sistema non è diventato meno autoritario. Piuttosto, l’autoritarismo si è trasformato: il Partito sfrutta il monopolio del potere per indirizzare i programmi di ricerca verso obiettivi strategici nazionali, limita il dibattito pubblico e monitora rigorosamente i diversi attori sociali. Si è passati, rispetto al secolo scorso, da una repressione ad alta intensità e visibile a una repressione a bassa intensità, più selettiva, meno appariscente e spesso tecnologicamente mediata.
Un’ulteriore prospettiva di analisi è offerta da Jun Zhang e Luca Mora nell’articolo Nothing but symbolic: Chinese new authoritarianism, smart government, and the challenge of multi-level governance, che indaga l’impatto dei nuovi principi autoritari cinesi sull’approccio alla governance multilivello durante la transizione verso un “governo intelligente”. Nel 2015 il Partito Comunista Cinese ha promosso il Piano Quinquennale (2016-2020) con linee guida per lo sviluppo socioeconomico e la digitalizzazione della pubblica amministrazione, puntando su maggiore trasparenza, uso dei dati, partecipazione controllata dei cittadini e innovazione tecnologica. Sono stati introdotti strumenti come smart cities, piattaforme digitali per i servizi pubblici, mobilità intelligente e partnership pubblico-private.
La realtà operativa, tuttavia, è più complessa. Gli autori osservano un fenomeno di conformità simbolica: attori locali e privati si adeguano formalmente alle direttive nazionali, ma le azioni concrete non producono sempre i miglioramenti attesi, poiché l’obiettivo principale diventa quello di soddisfare i requisiti centrali piuttosto che rispondere alle reali esigenze locali. Gli attori locali dispongono di autonomia limitata, mentre quelli non governativi possono partecipare a partnership orizzontali solo entro un quadro fortemente centralizzato. Il centro rimane dominante, imponendo standardizzazione e regolamentazione. Questa disconnessione tra centro e periferia, tipica dei modelli fortemente centralizzati, può generare inefficienze e difficoltà nell’implementazione di politiche complesse, mostrando come anche l’“autoritarismo astuto” non sia privo di tensioni interne.
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Immagine: creata con OpenAI