Siria: Dagli Assad al Nuovo Scacchiere Geopolitico
di Mariano Tammaro
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La Siria è situata in una delle aree geografiche storicamente più importanti e instabili al mondo. La sua posizione geografica, al centro del Levante, in un’area che collega il Mediterraneo, l’Anatolia, la Mesopotamia e la Penisola Arabica, ha reso la Siria da sempre un crocevia strategico e un campo di battaglia al centro di interessi geopolitici contrastanti.
Dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1946, si susseguirono diversi governi militari fino a quando, negli anni Sessanta, il partito socialista Panarabista Ba’th salì al potere attraverso un colpo di Stato. Nel 1970 prese il potere il generale Hafez al-Assad.
La famiglia Assad appartiene alla minoranza araba sciita-alawita (circa il 10% della popolazione), mentre la maggior parte della popolazione è arabo-sunnita (circa il 70%). Sono presenti inoltre altre minoranze, tra cui curdi, cristiani, drusi, armeni, circassi e ismailiti, a dimostrazione della forte frammentazione etnica e religiosa del Paese.
Il regime autoritario di Hafez al-Assad si è caratterizzato per un rigido controllo sullo Stato e sull’economia e per una forte repressione del dissenso e dell’opposizione, attuata con l’aiuto dei Mukhabarat (servizi segreti). Negli anni Ottanta, il regime ha dovuto fronteggiare diverse organizzazioni politico-militari di stampo sunnita, in particolare la Fratellanza Musulmana. Lo scontro culminò nel massacro di Hama del 1982. Nello stesso periodo, Hafez intensificò i rapporti con l’Unione Sovietica e, a livello regionale, con l’Iran e Hezbollah, accomunati dall’opposizione a Israele.
Alla morte di Hafez nel 2000, salì al potere suo figlio Bashar al-Assad. Inizialmente percepito come un riformatore, mantenne in realtà un ferreo controllo politico e sociale, favorendo sul piano economico l’ascesa di un’élite tecnocratica.
Durante la seconda Guerra del Golfo, Bashar, temendo l’ascesa di un governo filo-occidentale nel vicino Iraq, che avrebbe aumentato l’influenza americana e, di conseguenza, israeliana nella regione, facilitò il flusso di estremisti verso l’Iraq. Ciò contribuì all’isolamento internazionale della Siria e all’imposizione di nuove sanzioni, mentre il Paese rimaneva inserito nella lista statunitense degli Stati sponsor del terrorismo.
Da questo momento la Siria si avvicinò ancora di più all’Iran, diventando un vero e proprio asset del cosiddetto “Asse della Resistenza”, insieme a Hezbollah e agli Houthi, nella lotta contro Israele e l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti.
La Primavera Araba del 2011 ha rappresentato un importante turning point nella storia siriana. Concentrate inizialmente nella città meridionale di Daraa, le proteste anti-regime si diffusero rapidamente in tutto il Paese. La brutale repressione del regime produsse una frattura nell’esercito, con numerose defezioni, soprattutto tra gli ufficiali di basso rango, che portarono alla creazione dell’Esercito Libero Siriano (ELS) e allo scoppio di una tragica guerra civile. L’intervento di numerosi attori esterni a sostegno delle diverse fazioni siriane portò all’internazionalizzazione del conflitto e alla sua trasformazione in una vera e propria guerra per procura.
Da una parte, Qatar, Arabia Saudita e Turchia finanziarono l’ELS e diversi gruppi salafiti e islamisti in opposizione ad Assad. Dall’altra, la Russia, storico alleato della Siria, intervenne direttamente nel conflitto nel 2015, fornendo un sostegno decisivo ad Assad attraverso l’aviazione e l’intelligence militare e permettendogli di riconquistare molti dei territori perduti. Per Mosca, la Siria ha rappresentato un importante asset per accrescere la propria influenza in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale. Nel Paese sono infatti presenti due importanti basi russe: quella navale di Tartus e quella aerea di Hmeimim, vicino a Latakia.
Un tema che ha destato particolare sgomento e preoccupazione a livello internazionale è stato il largo utilizzo di armi chimiche nel conflitto, come nel caso dell’attacco di Ghouta del 2013. Il governo siriano aveva sviluppato nel tempo un vasto programma di armamenti chimici, comprendente diversi agenti chimici, tra cui gas nervini come il sarin. La presenza di queste armi di distruzione di massa (ADM), associata alla proliferazione del terrorismo islamico, che ha raggiunto il suo culmine con la proclamazione dello Stato Islamico (ISIS) nel 2014 tra Iraq e Siria, ha ulteriormente accresciuto le preoccupazioni internazionali relative alla sicurezza e al possibile impiego di tali armamenti da parte di organizzazioni terroristiche.
Quando parliamo di Siria, e più in generale di Medio Oriente, è impossibile non trattare la questione curda. I curdi sono una delle più vaste popolazioni al mondo prive di un proprio Stato nazionale riconosciuto e rivendicano forme di autonomia nei territori abitati da popolazioni curde in Turchia, Iran, Iraq e Siria. Durante la guerra civile, i curdi, sostenuti dall’Occidente nella lotta contro l’ISIS, sono riusciti a costruire un’amministrazione autonoma nel nord-est del Paese, conosciuta come Rojava e controllata militarmente dalle Forze Democratiche Siriane (FDS o SDF). Tuttavia, la Turchia considera le principali milizie curde siriane collegate al PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), un’organizzazione politica e paramilitare che rivendica i diritti e l’autonomia della popolazione curda in Turchia, e quindi una minaccia per la propria sicurezza nazionale. Durante la guerra civile, Ankara ha inoltre esercitato un controllo diretto o indiretto su diverse aree della Siria settentrionale, tra cui Afrin e parti del territorio lungo il confine turco-siriano.
La situazione cambia radicalmente all’inizio di dicembre 2024, quando il gruppo Hay'at Tahrir al-Sham (HTS) lancia un’offensiva lampo e, in pochi giorni, conquista Aleppo, Hama, Homs e infine la capitale Damasco, provocando la caduta del regime di Bashar al-Assad, costretto a fuggire in Russia.
HTS, precedentemente legata a Jabhat al-Nusra, è una fazione islamista guidata da Ahmed al-Sharaa (noto in precedenza come Abu Mohammad al-Jolani). Nata nell’ambito della galassia jihadista e inizialmente affiliata ad Al-Qaeda in Siria, si è gradualmente allontanata dall’organizzazione, spostando il proprio obiettivo dalla “guerra santa globale” alla lotta contro il regime siriano. Il gruppo è riuscito a condurre un’offensiva così rapida grazie anche alle numerose defezioni e al collasso delle forze lealiste, nonché all’indebolimento di Hezbollah e dell’Iran, impegnati nel confronto con Israele, e della Russia, concentrata sulla guerra in Ucraina.
Ahmed al-Sharaa guida oggi il nuovo governo di transizione e sta cercando di proiettare il Paese verso una pacificazione interna e un riposizionamento internazionale. L’ex leader militare, oggi presidente ad interim, sta portando avanti un’agenda focalizzata sulla difficile ricostruzione dello Stato e sul superamento delle storiche divisioni interne. Una delle sfide interne più rilevanti riguarda il nord-est del Paese. Il processo di integrazione delle Forze Democratiche Siriane (SDF) nelle istituzioni e nelle forze dello Stato centrale mira a riportare progressivamente l’area dell’ex Rojava sotto l’autorità di Damasco, privilegiando la via dell’integrazione istituzionale rispetto allo scontro frontale. Parallelamente, il nuovo governo ha adottato aperture senza precedenti nei confronti della popolazione curda, ampliandone i diritti e il riconoscimento politico e culturale.
Nonostante i progressi politici e il ritorno di numerosi rifugiati siriani, il Paese rimane devastato da anni di conflitto: mancano elettricità stabile, acqua potabile e strutture sanitarie pienamente funzionanti; persistono inoltre una povertà estrema e una grave carenza di fondi per la ricostruzione. Dal punto di vista securitario, permangono criticità significative, legate alla presenza di milizie estremiste, cellule clandestine dell’ISIS e a una proliferazione incontrollata di armi.
Sul piano internazionale, una svolta significativa è arrivata dagli Stati Uniti, che hanno avviato un processo di normalizzazione dei rapporti con la nuova Siria e di rimozione o sospensione di importanti sanzioni imposte durante il regime di Assad.
Resta comunque un fragile equilibrio regionale. Ankara, nonostante le divergenze sulla questione curda, rimane uno dei principali sostenitori internazionali del nuovo governo, anche in relazione al controllo dei confini e alla gestione dei profughi. Israele, invece, che occupa le Alture del Golan dal 1967, ha ampliato la propria presenza nelle aree di sicurezza lungo il confine e ha condotto numerosi bombardamenti contro basi aeree, infrastrutture militari e depositi missilistici siriani. Una delle principali preoccupazioni israeliane riguarda inoltre la crescente influenza di Ankara sulla nuova Siria e il possibile utilizzo delle infrastrutture militari siriane da parte della Turchia in un eventuale confronto futuro. Ciò dimostra come la Siria continui a rappresentare un fulcro degli equilibri geopolitici e securitari non soltanto regionali, ma anche internazionali.
Immagine: creata con OpenAI