Oltre l’ombrello americano: la sicurezza europea nel nuovo ordine transatlantico
di Chiara Biagi
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Per decenni, la sicurezza europea si è fondata su una certezza apparentemente incrollabile: in caso di minaccia, gli Stati Uniti d’America sarebbero stati il garante ultimo della difesa del continente. Washington è stata la centrale militare, politica e strategica dell'ordine euro-atlantico dalla Guerra Fredda all'espansione della NATO verso Est. Oggi, però, quella certezza appare sempre meno solida. Non perché la NATO sia destinata a scomparire, ma perché il rapporto transatlantico è entrato in una fase nuova, nella quale l’Europa non può più considerare la protezione americana come una garanzia automatica.
La retorica di Donald Trump ha sicuramente reso più evidente e conflittuale il tema del contributo europeo alla NATO e, in modo simile, l'approccio America First ha trasformato la condivisione del peso in un problema politico immediato, ma limitare il problema alla sola presidenza Trump potrebbe essere fuorviante. La questione dell'impegno degli Stati Uniti in Europa esiste da almeno quindici anni e riguarda una trasformazione più profonda della politica estera degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti avevano iniziato a spostare la loro attenzione strategica verso l'Asia-Pacifico già durante l'amministrazione Obama. Nel 2011, Hillary Clinton ha definito il XXI secolo il Pacific Century americano, sostenendo che l'Asia sarebbe diventata sempre più responsabile del futuro della politica globale. Quel passaggio non rappresentava soltanto una formulamdiplomatica, ma indicava una vera e propria tendenza destinata a durare nel tempo: per Washington, la competizione con la Cina stava diventando l’obiettivo principale della sua strategia globale.
Da allora, sebbene gli Stati Uniti non abbiano abbandonato completamente l’Europa, hanno iniziato progressivamente a considerarla meno importante rispetto ad altre questioni come la crescita della Cina, la sicurezza dell’Indo-Pacifico, le catene tecnologiche, le rotte marittime e la competizione economico-militare con Pechino. In questo senso, il cosiddetto “disimpegno americano” dall’Europa non va letto soltanto in termini di isolazionismo, ma come un tentativo di riallocazione strategica delle risorse verso un teatro considerato essenziale per la competizione globale.
Questa tendenza è proseguita anche sotto amministrazioni politicamente diverse. Trump l’ha soltanto resa più brusca, più esplicita e più transazionale, ma non l’ha inventata. In effetti, anche l’amministrazione Biden, pur utilizzando un linguaggio più cooperativo e riaffermando il valore della NATO, ha comunque mantenuto la Cina al centro della strategia nazionale. La National Defense Strategy del 2022 definisce infatti la Repubblica Popolare Cinese come il principale pacing challenge per la difesa statunitense.
È qui che si apre il vero nodo del post-Trump. Un futuro presidente democratico potrebbe riallacciare i rapporti con l’Europa, recuperare un tono più diplomatico e riaffermare l’importanza dell’Alleanza Atlantica. Tuttavia, difficilmente farebbe dell’Europa la priorità strategica assoluta degli Stati Uniti. La competizione con la Cina continuerà ad orientare la politica estera, imponendo a Washington di concentrare attenzione, risorse e capacità militari in quell’area. Il problema per l'Europa, quindi, non è solo ciò che accadrà fino alla fine delmandato di Trump, ma anche ciò che resterà dopo.
Questa trasformazione si riflette anche nel dibattito interno alla NATO: già nel 2014, al vertice del Galles, gli alleati si erano impegnati a muoversi verso l’obiettivo del 2% del PIL in spesa per la difesa entro dieci anni. Quello è stato un passaggio segnato dall'annessione della Crimea da parte della Russia e dalla crescente consapevolezza che l'Europa non poteva continuare a dipendere quasi completamente dalle capacità militari americane.
Negli anni successivi, la pressione sugli europei è aumentata. Al vertice dell’Aia del 2025, gli alleati NATO hanno assunto un nuovo impegno a destinare il 5% del PIL annuo alla difesa e alle spese legate alla sicurezza entro il 2035, distinguendo tra il 3,5% per le capacità militari fondamentali e l’1,5% per investimenti più ampi, come infrastrutture, cybersicurezza e resilienza. Tuttavia, spendere di più non significa automaticamente essere più autonomi. L'intelligence, la sorveglianza, la ricognizione, la difesa aerea, il comando e il controllo, il trasporto strategico, il rifornimento in volo e la deterrenza nucleare sono tutte capacità strategiche per le quali l’Europa continua a dipendere dagli Stati Uniti. Pertanto, l'obiettivo non è semplicemente aumentare i bilanci della difesa nazionale, ma piuttosto trasformare queste spese in capacità operative comuni, integrate e realizzabili.
Questa contraddizione è stata resa evidente dalla guerra in Ucraina. Da un lato, ha riportato la sicurezza europea al centro dell'agenda transatlantica e ha dimostrato quanto il supporto degli Stati Uniti resti essenziale per la deterrenza della NATO. D'altra parte, ha dimostrato quanto sia vulnerabile l'Europa a una guerra nel suo vicinato, per la quale ha ancora bisogno di un aiuto esterno per sostenere Kiev, rafforzare il fianco orientale e garantire una risposta credibile alla minaccia russa
In questo contesto, l’autonomia strategica europea non dovrebbe essere interpretata come un’alternativa alla NATO. Al contrario, potrebbe diventare la condizione per rendere l’Alleanza più equilibrata e più credibile. Il problema non è quindi scegliere tra Europa e Stati Uniti, ma costruire un pilastro europeo più solido dentro la NATO.
Naturalmente, il percorso è complesso. Per quanto riguarda le priorità strategiche, le politiche industriali della difesa e la percezione delle minacce, l'Europa continua a essere divisa: per i Paesi baltici e la Polonia, la Russia rappresenta una minaccia immediata, mentre per molti Paesi dell’Europa meridionale, restano centrali anche il Mediterraneo, il Nord Africa, le migrazioni e l’instabilità del Medio Oriente. L'aumento delle spese rischia di generare una combinazione di strategie nazionali piuttosto che una difesa comune, a meno che non ci sia una convergenza politica sul significato reale di "sicurezza europea".
Pertanto, la vera questione del post-Trump non è se Washington tornerà a usare un tono più cooperativo verso l’Europa poichè, anche se questo dovesse cambiare, difficilmente la strategia tornerebbe ad essere quella del passato: anche un’America più diplomatica e multilaterale continuerebbe a considerare la Cina la priorità assoluta. Per questo, il futuro della sicurezza europea non può dipendere dall’attesa del prossimo Presidente degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti continueranno ad essere un alleato fondamentale, ma non più un garante assoluto. La NATO può sopravvivere a questa trasformazione solo se l’Europa sarà in grado di diventare un partner meno dipendente e più responsabile. L’ombrello americano non è scomparso, ciò che sta cambiando è l’idea che possa bastare, da solo, a garantire la sicurezza europea.
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Immagine: Immagine creata con Open AI