Inventare il Terzo Mondo: da progetto politico ad attore globale
di Alessandra Canattieri
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Per lungo tempo il Terzo Mondo è stato rappresentato come la periferia passiva della storia contemporanea: uno spazio subordinato alle grandi potenze, segnato da povertà, instabilità e sottosviluppo, scenario di guerre per procura e oggetto di teorie della modernizzazione. Questa lettura, di matrice eurocentrica, ha collocato l'Occidente al centro della modernità relegando il resto del pianeta al ruolo di “terreno di intervento” o destinatario di assistenza. Gli studi di storia globale e postcoloniale degli ultimi decenni hanno tuttavia capovolto questa prospettiva. Adottando approcci policentrici, come quelli proposti da Pérez-García e De Sousa, e mobilitando il concetto di agency, essi mostrano che i paesi postcoloniali non furono soltanto vittime della Guerra fredda o della decolonizzazione, ma soggetti storici capaci di produrre idee politiche, costruire reti diplomatiche e ridefinire l'ordine internazionale. Il Terzo Mondo quindi, lungi dall'essere una semplice categoria nata dalla bipolarità, divenne progressivamente un progetto politico globale capace di trasformare le nozioni di sovranità, sviluppo e relazioni internazionali. Una rilettura che, come hanno mostrato Edward Said e Frantz Fanon, richiede di abbandonare le narrazioni che rappresentavano le società non occidentali come arretrate o inferiori, per riconoscerle invece come attori a pieno titolo della modernità contemporanea.
Il concetto stesso di “Terzo Mondo” nasce nel secondo dopoguerra all'incrocio fra tre processi: la crisi degli imperi coloniali, l'inizio della Guerra fredda e l'ingresso di decine di nuovi Stati nel sistema internazionale attraverso la decolonizzazione di Asia, Africa e Medio Oriente. Se inizialmente indicava una categoria geopolitica residuale (i paesi non appartenenti né al blocco capitalista né a quello sovietico) l'espressione assunse presto connotazioni economiche e culturali, legandosi alle teorie della modernizzazione che leggevano il sottosviluppo come una fase transitoria da superare attraverso l'imitazione del percorso occidentale di industrializzazione e crescita. A questa visione si opposero i teorici della dipendenza, come Samir Amin, secondo cui il sottosviluppo non era un'assenza di sviluppo bensì il prodotto strutturale delle relazioni diseguali tra centro industrializzato e periferia agricola del capitalismo globale. Già a questo livello terminologico, dunque, il Terzo Mondo si rivela non come categoria neutrale ma come terreno di conflitto interpretativo, in cui si confrontano visioni opposte dello sviluppo e del potere. Non a caso, oggi si preferisce spesso l'espressione “Sud globale”, che richiama meno la logica bipolare e più le eredità coloniali e le asimmetrie persistenti, e che non designa una mera collocazione geografica (molti paesi del Sud globale si trovano nell'emisfero nord) ma una posizione strutturale nel sistema internazionale.
La centralità storica del Terzo Mondo viene messa a fuoco con particolare incisività da Odd Arne Westad, che ricolloca il baricentro del conflitto bipolare fuori dall'Europa, in Asia, Africa e America Latina. Westad sostiene che la Guerra fredda non fu semplicemente uno scontro europeo centrato su Berlino o sulla competizione nucleare, ma divenne progressivamente un conflitto globale combattuto soprattutto nei paesi del Sud, dove la decolonizzazione apriva nuovi spazi politici e le superpotenze cercavano di esportare i propri modelli ideologici. La sua tesi più innovativa, tuttavia, non riguarda la geografia del conflitto: le élite postcoloniali non furono pedine, ma attori strategici capaci di strumentalizzare i linguaggi ideologici delle superpotenze (capitalista o socialista) per legittimare progetti locali di state-building e lotte di potere interne. Conflitti come Vietnam, Afghanistan, Congo o Angola divennero così centrali nella politica mondiale, e il Terzo Mondo occupò una posizione tutt'altro che marginale. Questa autonomia trovò la sua espressione più matura nella Conferenza di Bandung del 1955, cui parteciparono leader come Nehru, Nasser, Sukarno e Zhou Enlai, e poi nel Movimento dei Non Allineati formalizzato nel 1961. Come anche dimostrato da autori come Prakash e Adelman, il Terzo Mondo fu letteralmente "inventato" come identità politica: uno sforzo titanico di costruire unità nonostante profonde divisioni interne tra paesi filoccidentali, filosovietici e neutrali. Il non allineamento non significava neutralità passiva, ma rifiuto della subordinazione e ricerca di modernità alternative, di modelli autonomi di sviluppo e di una politica internazionale indipendente.
Questa trasformazione ridisegnò l'ordine internazionale. La storica Lydia Walker mostra che molti movimenti anticoloniali agirono come soggetti internazionali ancora prima dell'indipendenza formale, costruendo la sovranità attraverso reti diplomatiche, advocacy transnazionale e organizzazioni sovranazionali. La sovranità postcoloniale, suggerisce Walker, non nasce improvvisamente ma si costruisce progressivamente. La decolonizzazione, tuttavia, produsse anche nuovi esclusi: territori e nazionalismi (dal Nagaland al Katanga) la cui rivendicazione di autodeterminazione fu ignorata, perché l'ONU e le reti internazionali funzionarono come gatekeepers della legittimità statale, preferendo preservare i confini coloniali piuttosto che concedere una frammentazione radicale. Parallelamente, come ricostruito da Lewis e Osei-Opare, il socialismo del Terzo Mondo non fu mera imitazione del modello sovietico ma un internazionalismo vivo, fatto di reti transnazionali di intellettuali, artisti, studenti e tecnici che circolavano tra il Sud globale e il blocco socialista, scambiando idee su come immaginare una modernità non capitalista e non eurocentrica. Con la decolonizzazione, decine di nuovi Stati entrarono nell'ONU, cambiarono gli equilibri diplomatici mondiali e il principio di autodeterminazione divenne universale: il Terzo Mondo passò così dall'essere oggetto della politica internazionale a esserne soggetto.
Eppure proprio qui si manifesta il grande paradosso. Il Terzo Mondo vinse la battaglia politica e giuridica, affermando il principio universale di autodeterminazione e ottenendo nel 1974 la Dichiarazione per un Nuovo Ordine Economico Internazionale (NIEO), che chiedeva sovranità sulle risorse naturali, relazioni commerciali eque e riforma del sistema di Bretton Woods[1], ma perse quella economica. Il blocco del NIEO non fu il prodotto di una singola causa: gli shock petroliferi del 1973 e 1979 e la crisi del debito degli anni Ottanta indebolirono materialmente i paesi del Sud, ma decisiva fu anche la svolta neoliberale incarnata dai governi di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. La nuova egemonia ideologica del libero mercato delegittimò le rivendicazioni redistributive del Sud globale, mentre il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, attraverso le politiche di aggiustamento strutturale, imposero austerità, privatizzazioni e apertura commerciale ai paesi indebitati, smantellando di fatto i progetti di sviluppo autonomo. Il neocolonialismo denunciato da Kwame Nkrumah, con la dipendenza esercitata attraverso debito, commercio e istituzioni finanziarie, trovò così la sua piena realizzazione proprio mentre la sovranità formale era ormai universale. Anche dopo la decolonizzazione, dunque, potere economico, controllo finanziario e potere simbolico rimasero concentrati soprattutto nel Nord globale.
In ultimo, riconoscere la centralità storica del Terzo Mondo non significa idealizzarne il percorso né rimuoverne le contraddizioni: i nazionalismi postcoloniali generarono talvolta regimi autoritari, i progetti di sviluppo conobbero spesso esiti opachi, le reti di solidarietà afro-asiatica furono attraversate da fratture profonde. Significa, piuttosto, superare la lettura eurocentrica della storia contemporanea e restituire dignità storiografica a un tentativo, novecentesco e incompiuto, di immaginare un ordine internazionale diverso, cogliendo nel Sud globale non un oggetto della politica mondiale, ma uno dei suoi protagonisti. Il Terzo Mondo non fu una periferia marginale, ma un progetto politico, un attore diplomatico e un laboratorio di modernità alternative che ha contribuito a ridefinire sovranità, sviluppo e relazioni internazionali. I dibattiti odierni sul multipolarismo, sulla riforma delle istituzioni finanziarie e internazionali e sulle rivendicazioni del Sud globale affondano del resto le proprie radici in quel tornante storico, un'eredità con cui la politica internazionale del XXI secolo continua a confrontarsi, e la cui comprensione è, in ultima analisi, condizione necessaria per pensare il presente.
Bibliografia
- M. Perez-Garcia, L. De Sousa in, “Global History and New Polycentric Approaches: Europe, Asia and the Americas in a World Network System”, Singapore, Palgrave Macmillan, 2018.
- O. A. Westad, The Global Cold War: Third World Interventions and the Making of Our Times, Cambridge, Cambridge University Press, 2005.
- G. Prakash, J. Adelman (a cura di), Inventing the Third World: In Search of Freedom for the Postwar Global South, London, Bloomsbury Academic, 2022.
- L. Walker, States-in-Waiting: A Counternarrative of Global Decolonization, Cambridge, Cambridge University Press, 2024.
- S. L. Lewis, N. Osei-Opare (a cura di), Socialism, Internationalism, and Development in the Third World: Envisioning Modernity in the Era of Decolonization, London, Bloomsbury Academic, 2024.
- K. Nkrumah, Neo-Colonialism: The Last Stage of Imperialism, London, Thomas Nelson & Sons, 1965.
- N. Gilman, The New International Economic Order: A Reintroduction, in "Humanity", 6, 1 (2015), pp. 1-16.
Immagine: Creata con Open AI