L’algoritmo della felicità
di Martina Cesaretti
Tempo di lettura 3'
2La lettura di La fattoria degli umani di Enrico Pedemonte solleva un interrogativo fondamentale: l’intelligenza artificiale ci condurrà verso una condizione di autentico benessere, oppure si limiterà a costruire l’illusione della felicità?
Il 1° febbraio 1996 il Senato degli Stati Uniti approvò la prima legge che tentava di porre un argine all’espansione incontrollata di Internet: il Communications Decency Act. Una normativa concepita per tutelare la privacy e promuovere forme di decoro online, ma che segnava al tempo stesso l’ingresso in una nuova fase storica: una fase in cui gli esseri umani avrebbero progressivamente delegato alle macchine porzioni sempre più intime della propria esistenza.
Oggi, a quasi trent’anni di distanza, quella stessa domanda si ripresenta con rinnovata urgenza:
quanto potere siamo disposti ad attribuire agli algoritmi nella definizione della nostra felicità?
L’intelligenza artificiale sta infatti trasformando in profondità i nostri modi di vivere, di percepire e di decidere. Continuiamo a pensare che le nostre scelte derivino dalle nostre inclinazioni personali, ma sempre più spesso non ci rendiamo conto che sono gli algoritmi a prefigurarle, orientarle e talvolta persino a generarne le premesse.
Dall’assistente virtuale che predice ciò che potremmo desiderare ascoltare, al feed dei social che determina ciò che riterremo rilevante, fino all’algoritmo di Netflix che anticipa i nostri gusti: la nostra esperienza del piacere è ormai mediata da calcoli opachi, da sistemi che operano come buchi neri all’interno dei quali non possiamo osservare né comprendere i meccanismi decisionali.
In questo scenario, le nostre scelte appaiono sempre meno autonome. Spesso non facciamo altro che accettare — quasi senza accorgercene — ciò che un algoritmo ha già selezionato per noi. E allora, se l’intelligenza artificiale arriverà a conoscerci meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, saremo ancora capaci di sorprenderci?
Immaginiamo di trovarci nel futuro. È il 12 novembre 2145 e sul mercato debutta una nuova applicazione: “L’algoritmo della felicità”. Con questa app nessuno deve più decidere autonomamente.
“Felicity” analizza ogni aspetto della nostra vita: il battito cardiaco, le ricerche online, i like che mettiamo, i post che condividiamo, le emozioni che proviamo guardando un film o trascorrendo del tempo con qualcuno, perfino i sogni che facciamo durante la notte. Non dobbiamo più preoccuparci di cosa cucinare, quale film scegliere o quante ore lavorare.
L’app decide per noi. E noi, seguendone le indicazioni, ci sentiamo bene. Le persone sorridono di più, dormono meglio, litigano di meno. L’algoritmo individua la compagnia ideale, le parole più adatte, il ritmo di vita perfetto, tanto che anche il governo la definisce “una rivoluzione compiuta”: la società sembra finalmente felice. Eppure, talvolta, qualcuno si sveglia con un senso di vuoto difficile da spiegare. Ha tutto, eppure sente che manca qualcosa. Spegne il telefono: nessuna notifica, nessun suggerimento, nessun messaggio. Solo silenzio. Un silenzio che lascia intuire che la felicità autentica non può essere programmata.
La felicità, come il benessere umano, nasce dalle scelte — da quelle giuste e da quelle sbagliate — che ci fanno stare bene o male, ma che in ogni caso ci fanno sentire vivi. La vera felicità è fatta di emozioni che nessuna macchina può calcolare: l’imprevisto, l’errore, la meraviglia. Forse, allora, l’intelligenza artificiale non è il vero problema: il problema è quanto facilmente siamo disposti a lasciare che qualcun altro — anche se si tratta di un algoritmo — decida al posto nostro cosa dovrebbe renderci felici. E se rinunciamo alla libertà di scegliere, possiamo davvero dire di essere felici?
Bibliografia
- La fattoria degli umani, Enrico Pedemonte, 2024.
Immagine: Creata con OpenAI