La Crisi Iraniana e le prospettive di regime
di Mariano Tammaro
28 DICEMBRE 2025. Nel Centro commerciale Alaeddin e all’interno del Gran Bazaar di Teheran, molti negozi, in pieno orario lavorativo, chiudono e i commercianti iniziano a scioperare. Dal 2024 in Iran è in corso una grave crisi economica dovuta ad un’elevata inflazione causata dalla diminuzione del potere d’acquisto del rial, che solo nel 2025 ha perso il 40% del proprio valore, raggiungendo il minimo storico. Per i bazaari la situazione è diventata insostenibile.
Il Baazar in Iran non è solo un luogo di vendita, ma è una rete sociale e politica, tanto che nel 1978-79 le chiusure e le proteste dei commercianti paralizzarono l’economia e portarono alla fine della monarchia dello Shah Pahlavi e alla nascita della Repubblica Islamica, sotto la guida di Khomeini.
La crisi economica iraniana è frutto di anni di sanzioni internazionali e malgoverno. Nel 2018 gli Stati Uniti, dopo l’uscita dal Joint Comprehensive Plan Of Action (JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano), hanno reintrodotto pesanti sanzioni che strangolano l’export petrolifero e isolano l’Iran dai circuiti finanziari internazionali. Ad aggravare l’instabilità, si è aggiunta la guerra lampo combattuta contro Israele nel giugno 2025, in cui raid aerei israeliani e statunitensi hanno colpito impianti nucleari e missilistici ed eliminato i vertici dell’apparato militare. Successivamente, nell’autunno 2025, la rottura definitiva tra Teheran e il sistema di monitoraggio dell’AIEA ha portato alla riattivazione da parte dell’ONU del meccanismo “snapback”, che comporta il ripristino automatico di tutte le sanzioni revocate con l’accordo sul nucleare, ma anche il congelamento di beni e asset iraniani all’estero e nuove restrizioni sull’import di armamenti e tecnologie e sul trasporto e il commercio di petrolio.
Sul fronte interno, invece, pesano anni di corruzione e inefficienza, disoccupazione elevata, blackout continui, scarsità di acqua potabile, blocco dell’accesso ai social e a molti siti internet e violazioni dei diritti umani.
29-30 DICEMBRE. Le proteste dilagano velocemente nelle principali città del paese (Teheran, Mashad, Isfahan, Yazd), e si trasformano in un movimento più ampio che chiede apertamente la fine dell’attuale regime di Khamenei. Alle manifestazioni, oltre ai commercianti, si uniscono le minoranze arabe e curde e gli studenti, che, pur avendo ideologie e prospettive diverse, invocano in farsi “Azadi” e “Marg bar diktator” (rispettivamente “libertà” e “morte al dittatore”).
In pochi giorni, le proteste si ampliano non solo geograficamente, raggiungendo quasi tutte le province del paese, ma anche numericamente. I manifestanti iniziano a colpire diverse statue simbolo del regime e del potere politico e militare; alcuni invocano il ritorno della monarchia, in particolare emerge la figura di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo shah. Il quale però, non è una figura apprezzata da tutti: rappresenta più un vessillo dell’anti-islamismo e un’alternativa simbolica al regime teocratico attuale.
Con il crescere della protesta, il regime iraniano ha inizialmente risposto con delle piccole concessioni per poi aumentare la propaganda pro-regime e infine autorizzare una brutale repressione. Le forze di polizia e di sicurezza iraniana, inclusi i pasdaran (guardie della rivoluzione islamica), hanno iniziato a sparare deliberatamente sui civili, hanno condotto arresti ed esecuzioni su larga scala.
Nelle prime settimane è stato impossibile raccogliere dati sulle vittime, a causa di un blackout totale di internet, ancora in corso, imposto dal regime per impedire il coordinamento tra i manifestanti e le comunicazioni verso l’esterno. Due alti funzionari del ministero della Salute iraniano, in anonimato, hanno dichiarato al Time che in soli due giorni sarebbero state uccise fino a 30.000 persone, mentre il conteggio ufficiale del governo di Teheran parla di 3.117 morti.
Le ultime proteste in Iran sono tra le più partecipate degli ultimi anni, anche più di quelle scaturite, nel 2022, dalla morte di Mahsa Amini, una giovane donna curda arrestata e uccisa dalla polizia iraniana per non aver indossato l’hijab nel modo corretto. Episodio che ha portato alla nascita del movimento “Donna, Vita, Libertà”, simbolo della lotta contro la dittatura degli ayatollah, il velo obbligatorio e per la tutela dei diritti civili.
Sebbene la mobilitazione di inizio anno presenti degli elementi di novità, quali la saldatura tra i bazaari, a causa della grave crisi economica, e la diffusione e maggiore trasversalità delle proteste dal punto di vista geografico e sociale, persistono degli elementi di continuità che indeboliscono le proteste: la brutale repressione del regime, che scoraggia la partecipazione, ma soprattutto una incapacità/impossibilità di definire una leadership unitaria dell’opposizione, in grado di trasformare le manifestazioni di piazza in un vero progetto politico.
Sul piano internazionale, la reazione statunitense non si è fatta attendere. Il presidente USA Donald Trump ha immediatamente valutato le opzioni sul tavolo per un eventuale intervento militare. Nel Golfo Persico sono arrivate portaerei e incrociatori e, poiché dallo stretto di Hormuz passa una parte decisiva del petrolio greggio mondiale, ogni mossa pesa sui mercati, sulla sicurezza globale e sugli equilibri politici dell’area e non solo.
Le principali monarchie del Golfo hanno cercato di scoraggiare gli Stati Uniti dall’intraprendere un’azione militare, temendo che la reazione da parte dell’Iran possa essere talmente ampia e violenta da coinvolgere altri attori regionali e interrompere la navigazione nello stretto di Hormuz. Ciò genererebbe una crisi economica, oltre che militare, di vaste dimensioni. Tutti gli attori dell’area, pertanto, lavorano per una de-escalation e per un ritorno al dialogo e alla diplomazia.
Tutto ciò ha portato ad un negoziato tra USA e Iran, tenutosi a Mascate, in Oman, a inizio febbraio. Le principali richieste della Casa Bianca sono quattro: sul tema del nucleare, rinunciare ad ogni forma di arricchimento dell’uranio; la riduzione del numero e della gittata dei missili balistici, che sia tale da non poter colpire Israele o altri attori limitrofi; la fine del sostegno alle milizie armate (Hezbollah, Houthi) nella conduzione delle proxy war regionali; interrompere la brutale repressione dei manifestanti pacifici.
I colloqui sono terminati con un nulla di fatto, ma continueranno in queste settimane. L’Iran ha accettato di affrontare in maniera superficiale soltanto il tema del nucleare, sul quale però mostra diffidenza e scarsa fiducia negli USA, che a giugno dello scorso anno, proprio prima dello svolgimento dei colloqui tra i due paesi, hanno condotto diversi raid sull’Iran. Gli altri punti non sono stati discussi, dal momento che il regime di Khamenei considera soprattutto l’arsenale di missili balistici l’unico deterrente contro Israele.
La situazione resta molto tesa: le forze americane nell’area sono schierate e i possibili sviluppi rimangono aperti, poiché diverse variabili – interne ed esterne – si intrecciano tra loro. Da un lato, il regime potrebbe riuscire a contenere le proteste attraverso la repressione, riportando il Paese a una condizione di stabilità apparente e confermando la propria resilienza. Dall’altro, non si può escludere una riattivazione del ciclo di mobilitazione: qualora i manifestanti riuscissero a individuare una leadership condivisa e un programma politico credibile, potrebbe aprirsi una dinamica rivoluzionaria, eventualmente sostenuta anche dall’esterno, con l’avvio di una fase di transizione. Un ulteriore elemento di rischio è rappresentato da un’eventuale escalation militare regionale, ad esempio con un intervento statunitense. In tal caso, la risposta della Repubblica Islamica sarebbe presumibilmente molto dura. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che le forze armate iraniane hanno “il dito sul grilletto” per reagire a qualsiasi aggressione che possa destabilizzare l’intera regione. Un’escalation di questo tipo potrebbe favorire la frammentazione interna, fino al rischio di guerra civile, con ondate di rifugiati, proliferazione di milizie islamiste e possibili interruzioni dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz. Lo scenario che appare più plausibile, tuttavia, è quello di una ristrutturazione interna degli equilibri di potere: i pasdaran potrebbero sfruttare la crisi per consolidare ulteriormente il controllo sulle istituzioni, accelerando un processo già in corso e spingendo il sistema verso una configurazione sempre più segnata dall’impronta militare. L’età avanzata di Khamenei rende questo passaggio ancora più delicato e potenzialmente imminente.
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Immagine: creata con OpenAI