I Giochi Olimpici e le relazioni internazionali
di Gabriele Ceraso
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I Giochi olimpici sono sempre stati molto più di una competizione tra atleti professionisti: rappresentano un palcoscenico globale in cui si intrecciano dinamiche di potere, relazioni diplomatiche e affermazioni di identità nazionale. Fin dalla loro rinascita nel 1896, le Olimpiadi hanno rispecchiato – e talvolta accelerato – i cambiamenti dello scenario internazionale, trasformando le strutture sportive in arene simboliche di confronto e cooperazione tra Stati e altri attori del sistema globale. In questo senso, esse costituiscono uno degli strumenti di soft power più efficaci a disposizione dei governi, offrendo al Paese ospitante l’opportunità di proiettare un’immagine di efficienza, stabilità, prosperità ed egemonia culturale.
Il caso di Berlino 1936 resta probabilmente l’esempio più emblematico dell’uso politico dei Giochi. Adolf Hitler sfruttò l’evento per esaltare la presunta superiorità ariana e riaffermare la potenza della Germania nazista dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale. L’operazione propagandistica fu sostenuta anche attraverso il film Olympia di Leni Riefenstahl, concepito come celebrazione estetica e politica del regime. Tuttavia, le quattro medaglie d’oro conquistate dall’atleta afroamericano Jesse Owens incrinarono simbolicamente la narrazione razzista del nazionalsocialismo, dimostrando come lo spazio olimpico potesse sfuggire al pieno controllo ideologico. In epoca più recente, anche la Cina ha utilizzato i Giochi di Pechino 2008 e 2022 per consolidare la propria immagine di superpotenza globale, mostrando capacità organizzative e tecnologiche e segnando il passaggio da potenza emergente a protagonista strutturale del sistema internazionale.
Accanto alla dimensione di prestigio e legittimazione, le Olimpiadi hanno però rivelato con forza le tensioni e le fratture della politica mondiale. L’attentato di Monaco 1972, compiuto da membri del gruppo palestinese Settembre Nero, trasformò il villaggio olimpico in teatro di violenza internazionale: undici atleti israeliani furono uccisi insieme a un poliziotto tedesco, in un episodio che segnò profondamente la storia dei Giochi. La decisione di riprendere le competizioni dopo una sospensione di 34 ore suscitò forti polemiche e aprì un dibattito sul rapporto tra sport e politica, oltre a determinare un rafforzamento strutturale delle misure di sicurezza negli eventi sportivi globali.
Durante la Guerra fredda, le Olimpiadi divennero un campo di competizione indiretta tra Stati Uniti e Unione Sovietica. In un contesto segnato dalla mutua distruzione assicurata e dall’impossibilità di uno scontro militare diretto, il confronto si spostò anche sul piano simbolico. Il medagliere assunse il valore di indicatore della superiorità sistemica, mentre i boicottaggi divennero strumenti di pressione politica. Nel 1980, oltre sessanta Paesi, guidati dagli Stati Uniti, boicottarono i Giochi di Mosca in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan; quattro anni dopo, l’URSS e i suoi alleati replicarono disertando le Olimpiadi di Los Angeles. Lo sport si trasformò così in un’estensione della competizione ideologica tra i due blocchi, dimostrando quanto fosse permeabile alle dinamiche geopolitiche.
Allo stesso tempo, le Olimpiadi rappresentano uno spazio di riconoscimento e inclusione. Per alcune entità statuali, la partecipazione ai Giochi costituisce una prima forma di legittimazione internazionale, talvolta precedente al pieno riconoscimento diplomatico. La presenza di Kosovo e Sud Sudan a Rio 2016 segnò un passaggio simbolicamente fondamentale nel consolidamento della loro sovranità. Nella stessa edizione fece il suo debutto la Squadra Olimpica dei Rifugiati, introdotta dal Comitato olimpico internazionale nel 2015: un’iniziativa che diede visibilità politica alla crisi globale delle migrazioni, trasformando atleti privi di cittadinanza in portatori di una rappresentanza morale sulla scena internazionale.
Negli ultimi decenni si è inoltre affermato il concetto di sportwashing, ossia l’uso di grandi eventi sportivi per migliorare l’immagine internazionale di Stati coinvolti in violazioni dei diritti umani o conflitti armati. Le Olimpiadi possono diventare strumenti di ridefinizione narrativa, capaci di attenuare critiche e proiettare un’immagine di modernità e apertura. Tuttavia, lo sport può anche aprire spazi di dialogo simbolico: le sfilate congiunte delle due Coree a Sydney 2000, Atene 2004, Torino 2006 e Pyeongchang 2018 hanno rappresentato brevi ma significativi momenti di distensione in una penisola ancora formalmente in guerra. In modo analogo, la Tregua olimpica – pur raramente efficace nel fermare concretamente i conflitti – conserva un forte valore normativo e simbolico, richiamando i leader alla responsabilità davanti alla comunità internazionale.
In questo quadro, Milano-Cortina 2026 si configura come un banco di prova rilevante per l’Italia in un sistema internazionale segnato da tensioni e frammentazione. L’evento non è soltanto una competizione sportiva, ma un’arena attraversata da interessi strategici, diplomatici ed economici. Il governo italiano ha presentato i Giochi come strumento di diplomazia sportiva e come vetrina del Made in Italy, inteso non solo come eccellenza produttiva, ma come capacità organizzativa, affidabilità istituzionale e competenza gestionale in un evento diffuso su tre regioni – Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige.
L’edizione del 2026 si distingue inoltre per l’attenzione alla sostenibilità ambientale, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo. L’utilizzo di energia rinnovabile, la riduzione dell’impatto ambientale e il riuso di impianti esistenti – inclusi quelli di Cortina 1956 – rappresentano scelte che assumono una valenza politica oltre che tecnica, proponendo un modello alternativo rispetto a precedenti edizioni caratterizzate dalla costruzione ex novo di grandi infrastrutture. La sostenibilità diventa così parte integrante della proiezione internazionale dell’Italia.
Al tempo stesso, le polemiche sulla partecipazione di atleti neutrali provenienti da Russia e Bielorussia e il caso dello skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych, sanzionato per aver esibito un messaggio legato al conflitto in corso, confermano come lo sport resti uno spazio di contestazione politica. Il richiamo del Comitato olimpico internazionale alla neutralità degli atleti evidenzia la difficoltà di mantenere una netta separazione tra competizione sportiva e conflitto geopolitico.
Nel complesso, le Olimpiadi dell’era moderna si confermano come uno specchio delle dinamiche internazionali: arena di propaganda, competizione simbolica, riconoscimento politico e protesta, ma anche raro luogo in cui il mondo si riunisce sotto regole condivise. In un sistema globale attraversato da crisi multiple, esse mantengono viva la possibilità che il confronto regolato e simbolico sostituisca, almeno temporaneamente, quello armato, offrendo uno spazio in cui potere, cooperazione e conflitto coesistono in un equilibrio fragile ma significativo.
Bibliografia
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- https://www.olympics.com/it/milano-cortina-2026/i-nostri-progetti/tregua-olimpica
- https://sport.sky.it/olimpiadi/2026/02/12/vladylsav-heraskevych-squalifica-skeleton-casco-olimpiadi-invernali-2026
- https://it.euronews.com/green/2026/02/22/milano-cortina-2026-le-olimpiadi-invernali-possono-lasciare-uneredita-sostenibile
- https://www.olympics.com/it/milano-cortina-2026/i-nostri-progetti/ovep
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Wikimedia Commons: Cortina d’Ampezzo Olympic Rings 2025 - XXV Giochi olimpici invernali.jpg
The Olympic Rings installation in Cortina d’Ampezzo, Italy, set against the backdrop of the Dolomite mountains April 22, 2025.
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